se fossi un'automobile...

... sarei una FIAT 850. Ve la ricordate?

domenica 19 febbraio 2017

Un mojito e due tartine al caviale, grazie.

E intanto andiamo avanti a regalare la gestione delle nostre vite e di quelle dei nostri figli a queste mezze tacche che ormai si sono trasformate in quarti di tacca e lavorano alacremente per diventare ottavi (di tacca).
Ridicoli, nelle loro evoluzioni tra centri, destre e sinistre inesistenti e privi di qualsiasi significato.
Burattini a loro volta, un po' nelle mani di mummie decomposte che oggi continuano a manovrare da dietro le quinte, e un po' nelle mani di burattinai stranieri senza scrupoli e senza pietà.
Ignoranti e insensibili.
Capaci solo di vivere dentro quel meschino gioco di ruolo che si ostinano a chiamare politica, ma che con la politica non ha proprio niente a che vedere da decenni.
Illusi di poterci illudere circa la loro capacità di agire e incidere sulla società.
Illusi di poterci illudere circa la "difficile e faticosissima" scelta che avrebbero fatto per dedicare la loro vita al miglioramento della nostra.
Esseri vagamente umani, creati in laboratorio. O, meglio, RI-creati.
Ci programmano come volgari dispositivi elettronici, spacciandosi per uomini e donne d'azione che muovono le cose, che tracciano le strade e gli indirizzi politici, sociali, economici. Spacciandosi per gli unici che possano farlo.
L'azione, quella vera, non sanno cosa sia perché non gli appartiene.
Il pensiero, quello vero, non sanno cosa sia perché li annichilirebbe.
Non sanno niente della vita reale e non vogliono saperne niente perché la disprezzano profondamente.
Non sanno cosa vuol dire guadagnarsi pochi soldi senza avere un lavoro sicuro e uno stipendio regolare. E spendere tutti quei soldi fino all'ultimo centesimo per mandare avanti una famiglia. E non sapere a che santo votarsi quando i soldi sono finiti.
Non sanno niente.
Non vogliono sapere niente.
Giocano.
Giocano ad allearsi e a combattersi.
A unirsi e a dividersi in una danza che in apparenza mostra sempre coreografie diverse, musiche diverse, danzatori diversi.
Ogni tanto qualcuno blocca la musica e fa finta di inscenare un tentativo di rivoluzione. Ma solo in orario d'ufficio.
Poi, a fine giornata, si va in centro a bere un mojito e a degustare tartine al caviale. Tutti insieme, finti danzatori e finti rivoluzionari.
Ci cagano in testa.

- Guardali.
- Stanno morendo di fame e hanno ancora la forza di incazzarsi e litigare sul serio tra loro mentre seguono le nostre finte litigate.
- Non ho mai capito con quale criterio alcuni si schierano con noi e altri con voi.
- Ridicoli.
- A proposito, domani i cattivi li facciamo noi o li fate voi?
- Perché non cambiamo?
- Va bene. Così li incasiniamo e litigano ancora di più.


venerdì 10 febbraio 2017

Al cinema... John e Jack non so! (23)

Il sonno dei giusti
(Italia, 2020)

a cura di
Augusto e Luigi Lu Mièr

Il regista Ubaldino Deibeitempiandati ci ha fatto avere gli appunti per il soggetto del suo nuovo film che – nel modo più assoluto, dice lui – dovrà essere un’opera di finzione.
Ogni riferimento a persone, fatti, luoghi, oggetti e pratiche riscontrabili e/o misurabili nella realtà (dice sempre lui) è puramente casuale e involontario.
Per quanto sia davvero molto strano che un regista decida di scoprire le sue carte in modo così esplicito prima di aver terminato di scrivere un film, noi (come si dice in questi casi) riceviamo e pubblichiamo.

1) A scuola - Fine mattinata.
2) Compiti per casa: "Fare una ricerca sulla Baia dei porci: cos'è, dove si trova, per quale motivo è diventata famosa".
3) Fine delle lezioni // ore 13,20.
4) Ritorno a casa // ore 14,00.
5) Pranzo con TV // 35 minuti.
6) Ancora TV // 57 minuti e 42 secondi.
7) In bagno con smartphone e porta chiusa a quattro mandate // 31 minuti.
8) In camera con pc e tablet accesi - Stufa elettrica al massimo - Sul letto, in perfetta posizione supina - Stivaletti mezzo infangati, ancora allacciati ai piedi - Smartphone attaccato alla corrente e pollice destro più veloce della luce (facebook, youtube, instagram, whastapp, musica e altre applicazioni che teoricamente non sono ancora state inventate) // 118 minuti netti.
9) In cucina per merenda e TV con cellulare a temperatura di fusione, che non smette nemmeno per due secondi consecutivi di vibrare, squillare, notificare, latrare, muggire, belare, ululare, ansimare, ruggire, ruttare (perfino) e fare altri versi non classificabili // 41 minuti e 38 secondi.
10) In bagno per pipì, lavaggio mani e denti senza smartphone e porta rigorosamente spalancata // 14 secondi e 4 millesimi (record mondiale).
11) In camera al pc - Digitazione delle seguenti parole su Google: "Balla coi porci" - Perplessità di Google - "Forse cercavi Balla coi lupi o Baia dei porci" - "Baia dei porci" - Pagina di Wikipedia - Copia e incolla in un foglio Word - Stampa - Dal cassetto della stampante, le stampe finiscono direttamente nello zaino di scuola senza che nemmeno uno dei due occhi ci butti uno sguardo di striscio per errore // 4 minuti e 2 secondi.
12) In cucina con TV e smartphone // Fino alle 21,15 (ora di cena).
13) Cena ancora in corso - Prima della frutta - "Sono stanco, vado a letto" - "Li hai fatti i compiti?" - "Sì" - "Buonanotte" - Nessuna risposta // Ore 21,55.
14) Ore 21,57 - In camera - IDEM COME PUNTO 8), IN TUTTO E PER TUTTO // 180 minuti netti.
15) Ore 00,57 - Via gli stivali dai piedi e i vestiti di dosso - Pigiama - Pipì e lavaggio denti - Sotto le coperte e luce spenta // 2 minuti (record europeo) - Ore 00,59.

Titolo di lavorazione: IL SONNO DEI GIUSTI.
Coming soon.

giovedì 9 febbraio 2017

La parola a Mr. Job (18)

Indicizzazioni? No grazie!

Ieri, dopo circa dieci anni, mi è arrivata una lettera cartacea firmata da un certo Geronimo Lisnott.
Costui, appena tre giorni fa, ha scelto di lasciare per sempre l'Italia per andare a vivere in completa solitudine a Sorci, un minuscolo isolotto della Croazia.
Dopo aver esercitato per anni la professione di creatore di testi per siti internet, blog, forum e social network, Geronimo non vuole più saperne di avere tra le mani un dispositivo connesso a internet.

Gentile Mr. Job,
avrei piacere di condividere un pensiero con lei.
Sembra proprio che l’idiozia sia sempre più la vera sovrana di internet.
Ora… da qualche tempo diversi professionisti dicono che i nuovi sistemi di indicizzazione prevedono la creazione di testi sempre più lunghi per siti, blog e social network. Sembra che più lungo sia il testo, più efficace possa essere l'indicizzazione e maggiori le probabilità di "arrivare" al target.
Tutto molto figo, moderno, nuovo e hi tech.
Tuttavia… mi sorge un dubbio.
Se la gente legge sempre meno e noi scriviamo sempre più, perché cazzo scriviamo? Per l'indicizzazione? Ma se poi quelli non leggono (e quindi non sanno), che cazzo ce ne facciamo di essere super indicizzati?
Se sempre più persone – oltre a non leggere – capiscono sempre meno di quello che leggono, cosa facciamo?
Se, mentre navigano in rete, arrivano alla nostra pagina super indicizzata e piena di testo scritto, cosa succede? Un dispositivo superfigomegamodernoveryhitech&wow ce lo segnala e noi, dalla nostra super postazione di super indicizzatori super infallibili, gli mandiamo a casa un professore di italiano per fargli ripetizioni gratuite?
Secondo me, quando ci renderemo conto dello schifo di mondo che stiamo creando sarà troppo tardi. Anzi, non ce ne siamo resi ancora conto ed è già troppo tardi!
Ci rincoglioniamo, assumiamo in massa atteggiamenti e comportamenti idioti e imbecilli solo perché qualche mentecatto possa aumentare le vendite dei suoi prodotti inutili sul web.
Siamo alla frutta, cari miei.
E la frutta è pure andata in putrefazione.

Che posso dirti, Geronimo?
Condivido. Eccome se condivido!

martedì 31 gennaio 2017

Fumetti e profumi. Tranquilli, non è un nuovo franchising!

Le sette tavole a fumetti (non consecutive) che appaiono in questo post, sono state fotografate dal n. 15 di Martin Mystère Collezione Storica a Colori (Repubblica-L'Espresso) uscito qualche settimana fa.
Appartengono all'episodio Il sabba delle streghe (testi di Alfredo Castelli, da un'idea di Sauro Pennacchioli, e disegni di Claudio Villa).

La storia fu pubblicata in origine sui numeri 38, 39 e 40 della serie regolare (Sergio Bonelli Editore), nei mesi di maggio, giugno e luglio 1985.

A rivedere e a rileggere oggi queste tavole dopo quasi trentadue anni (sì, ho anche gli albi originali... acquistati all'epoca dal mio ex me stesso quindicenne), ho sentito forte e chiaro il profumo del primo Dylan Dog, un personaggio che avrebbe fatto il suo esordio nelle edicole un anno e mezzo dopo (fine settembre 1986).
E non è soltanto per via dei disegni di Villa! Anche la sceneggiatura di Castelli ha, infatti, le sue brave "responsabilità".

Attenzione:
a scanso di equivoci, ho scritto chiaramente che HO SENTITO IL PROFUMO DEL PRIMO DYLAN, non che NE HO (RI)TROVATO LA SOSTANZA.
Riprendiamo il discorso.

Senz'altro, in quel periodo c'era qualcosa nell'aria. Qualcosa che Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi respiravano e metabolizzavano per poi restituire nelle loro storie. Ciascuno a modo suo, indubbiamente e inevitabilmente. Ma tra le tante diversità, i due avevano anche alcune grandi affinità. Affinità che, in molti casi (come questo) non sono tecniche, poetiche o di background. O, comunque, non solo.
È qualcosa che riguarda la capacità di sintonizzarsi con la lunghezza d'onda di un determinato periodo storico. Atmosfere, ritmi, sensazioni, cose non dette, cose desiderate, paure, aspettative. E anche gusti. Non mode in senso di "pecoronismi". Gusti dell'epoca.

Ribadisco che ho circoscritto il discorso all'ambito dei PROFUMI. Un ambito che, è evidente, non riesco bene neppure a spiegare, ma che vorrei poter considerare come il LATO PROFONDO DELL'ESTETICA, se questo non fosse quasi un concetto paradossale.
In ogni caso NON mi sto riferendo alla sfera della SOSTANZA.

Castelli e Sclavi trasferivano tutto questo in un'inquadratura, in un'espressione, in una vignetta, in una tavola, in una sequenza.
E mi fermo alla sequenza, perché poi, se si prendono le storie nella loro interezza allora è palese quanto i due autori fossero in realtà molto diversi.

Mi rendo conto che questi miei pensieri non sono certo indispensabili per la vita sulla Terra. Ma non sono scaturiti a vanvera. Un motivo c'è.

Fateci caso: quando un fumetto seriale/popolare di oggi vi propone delle tavole come queste, la sensazione è quella del "déjà vu", dell'"ispirato a" o del "copiato da", del "cliché di genere", del "ma che palle", del "basta, non lo compro più!".
Questo vale sia che il fumetto si chiami Martin Mystère o Dylan Dog o altro.
E, ogni tanto, succede.
Mentre non succede più tanto spesso che una sequenza ci tocchi nel profondo, anche solo dal lato estetico. Perché?

Io me lo spiego così:
- non solo (e non tanto) oggi ci sono meno autori capaci di fare questo;
- non solo oggi c'è un sistema che spinge verso soluzioni tecnicamente ineccepibili ma spesso standardizzate e preconfezionate;
il fatto è che
- oggi abbiamo smesso di indagare, interpretare e interrogare il nostro presente. Lo viviamo sempre più in automatico. Ci passiamo sopra dopo averlo rivestito di comodità.

Se siamo autori, lo raccontiamo come se fosse altro da noi.
Se siamo lettori, non ci poniamo neppure il problema.
Lo diamo per scontato. Non lo vediamo anche se lo stiamo vivendo. Non lo ascoltiamo. Non potremmo mai sentirne il profumo.

E quindi?
Se qualcuno tra trentadue anni dovesse per caso leggere i fumetti (seriali/popolari) pubblicati nei primi mesi di questo 2017, ne troverebbe ben pochi capaci di restituirgli il profumo del periodo in cui sono stati realizzati e pubblicati.
Quel profumo sarà perso per sempre.
Ciò vuol dire che il lascito di questo nostro presente per gli anni futuri sarà pari a zero.

Un vero peccato, non credete?

giovedì 19 gennaio 2017

La parola a Mr. Job (17)


L'ignoranza della cultura

Gli anni passano e i figli crescono… diceva una vecchia canzone sulle mamme che la mia (mamma) mi faceva ascoltare da piccolo, dal 45 giri originale.
Crescono i figli anche di chi non ha mai avuto figli… mi verrebbe da aggiungere oggi, alla luce di com’è cambiato il mondo. Ma queste sono solo speculazioni filosofiche destinate a non essere capite da nessuno. Come certe supercazzole partorite dalla penna (o dalla tastiera) di coloro che scrivono in maniera pseudo colta, simil artistica o para ermetica. Una maniera odiosa e sterile, oltre che stupida e indisponente, che fa tanto figo ma che non ha assolutamente niente da dire e niente da dare. E poi, diciamocelo, nessuno ci capisce una mazza, a cominciare dai super esperti di estetica della parola scritta che ne decantano le presunte fantasmagorie letterarie.

Scusate, ho un conato di vomito.
Fatto.

L’ultima volta che ho scritto su questo blog dicevo che presto avrei potuto ricominciare a pubblicare le mie esternazioni sulla carta stampata.
Non è stato così per il semplice motivo che oggi chi lavora nell’ambito della cultura, delle arti, delle lettere e, in senso più lato, della creatività (quella vera, non quella di cui un sacco di buffoni si riempiono la bocca per darsi un tono), non è considerato un lavoratore a tutti gli effetti.
Semmai è considerato un simpatico bug del sistema che, mentre tutti gli altri lavorano, ha scelto (bontà sua) di fare una “vita da creativo”, in giro a presentare i suoi libri o i suoi disegni o i suoi nonsisabenecosa. E quindi, dato che costui non è un lavoratore vero, perché bisognerebbe pagarlo? Perché gli si dovrebbe riconoscere un rimborso carburante? E, a dirla tutta, per quale (incomprensibile) ragione codesto individuo dovrebbe anche soltanto pretendere di mangiare, per pranzo, un panino al prosciutto cotto (acquistato al bar dell’angolo) a spese dell’ente o del privato che lo ha gentilmente ospitato al caldo per far sì che egli (o ella) potesse sbrodolare un’ora e mezza di parole su un auditorio di bambini o adolescenti o adulti a proposito delle sue menate creative?
Perché, di grazia?

Ops... un altro conato.
Eccomi.

Ci sono in giro editori, dirigenti scolastici, direttori di biblioteche comunali e/o private, gestori di librerie, caporedattori molto sensibili a questo discorso. Molti di loro sanno che SENZA QUEI CREATIVI MANGIA-PANE-A-TRADIMENTO non potrebbero essi stessi lavorare e, di conseguenza, guadagnare il loro stipendio.
L’equazione è facile da capire:
(1) senza l’editore, lo scrittore farebbe la fame.
Ma l’equazione, per essere corretta, deve valere anche al contrario.
Quindi:
(2) senza lo scrittore, l’editore farebbe la fame.
Lo scrittore lo sa, invece l’editore spesso fa finta di dimenticarsene. Insomma, minimizza.
In fondo il libro è uscito no? Non ti basta per nutrire il tuo ego?
No, non mi basta.
Non CI basta.
Non CI nutre.
Perché poi le nostre mogli, i nostri mariti e i nostri figli ci chiedono conto del motivo per il quale noi siamo SEMPRE impegnati nel nostro lavoro, ma non abbiamo MAI i soldi per pagare l’affitto, il gas, un paio di jeans nuovi (dai cinesi, eh… mica in via Montenapoleone). E non abbiamo neppure MAI il tempo per fare due passi con loro in campagna o per le strade del paese o della città in cui viviamo.
Ma quella equazione non vale solo per certi editori. Vale anche per certi dirigenti scolastici. Vale anche per certi bibliotecari. Vale anche per certi librai. Vale anche per certi caporedattori. Insomma, tutta gente che lavora e alla quale lo scrittore-accattone di turno, cerca sempre di spillare proditoriamente un soldino.
Che morto di fame.
Che truffatore.
Che ignobile individuo.
Non ci sono più gli scrittori di una volta.
Quelli che scrivevano SOLO per il gusto e il bisogno di scrivere.
Quelli che lo facevano SEMPRE a prescindere dal soldo.
Quelli che lo facevano UNICAMENTE per l’arte o, meglio ancora, per dare messaggi grandiosi all’intero genere umano.
Che cosa c’entrano i soldi con tutto questo?
Niente, assolutamente niente.

E invece no.
C’entrano moltissimo.

Altro piccolo conato.
Chiedo venia.

I soldi, dicevo, c’entrano moltissimo perché anche lo scrittore (così come tutti gli altri professionisti che svolgono un lavoro nell’ambito della creatività) deve essere retribuito in maniera proporzionale al proprio impegno. Al proprio lavoro. Ai risultati ottenuti. Ai meriti reali.
Esattamente come un editore, un dirigente scolastico, un bibliotecario o un libraio.
Perché?
Perché se un editore, un dirigente scolastico, un bibliotecario o un libraio guadagnano dei soldi grazie all’opera di uno scrittore che, di contro, non percepisce un euro, allora è come fare sfruttamento della prostituzione. Lo scrittore perde completamente la sua indipendenza e diventa una prostituta di bassissimo profilo. Tutti gli altri, invece, sono i papponi. O magnaccia. O chiamateli come cavolo vi pare.

L’ignoranza della cultura è cosa grave.
È una malattia contagiosa e purulenta.
Ma non è un fenomeno casuale.
È una strategia con la quale alcuni (pseudo) professionisti pretendono di inculare altri (veri) professionisti per i loro tornaconti personali.
E pretendono di farlo non solo col sorriso sulle proprie labbra, ma anche su quelle dell’inculato.
Il tutto nell’indifferenza di una classe politico-amministrativa che, se va bene, è inesistente e assenteista. Nella maggior parte dei casi è, invece, connivente con questo sistema di magnaccia della cultura.
Una vergogna che bisognerebbe estirpare dai cuori e dai cervelli della gente con le tenaglie.
Come se si trattasse delle loro unghie.
Istigazione alla tortura, dite?
E perché no?
In risposta a un sistema basato sulla schiavitù, ogni argomento è lecito.

venerdì 18 novembre 2016

Assicurazione auto: quanto mi costa il cambio di residenza?

PREMESSA
Dopo cinque mesi di assenza dal blog, avrei voluto proporre un altro tipo di post. Ma quello che mi è capitato ieri, al pagamento della seconda rata dell'assicurazione auto, mi costringe a rivedere le priorità. Ho già pubblicato ieri le poche righe che seguono. L'ho fatto sulla mia pagina facebook e sulla mia pagina google plus. Ripubblico oggi qui, perché, anche se il blog ha (ormai) pochi accessi e pochi lettori, ha comunque la capacità di far "durare più a lungo i post". Così, se qualcuno farà delle ricerche su questo argomento anche tra qualche mese, magari si potrà imbattere in questa esperienza "di vita" e potrà farne tesoro.
FINE PREMESSA


Seconda rata dell'assicurazione auto 2016 + annessa assicurazione conducente.

Con il cambio di residenza [da un comune della Sardegna (Medio Campidano) di circa 8.800 abitanti a un altro comune della Sardegna (Medio Campidano) di circa 5.000 abitanti che dista poco meno di 20 chilometri dal primo], la UNIPOL-SAI mi ha spillato 67 euro e 96 cent in più (a semestre).

Solo per il cambio di residenza!

Scopro, così, che il comune in cui abito adesso è senz'altro un covo di pirati della strada, dato che questa "spettabile" compagnia assicuratrice chiede a chi ci abita ben 140 euro in più all'anno rispetto a chi abita in quell'altro comune. Nemmeno se mi fossi trasferito a Roma, Milano, Napoli o Palermo!

Siamo seri... al netto dell'ironia e con il massimo rispetto per chi in Unipol-Sai ci lavora (parlo degli impiegati "al banco" che hanno a che fare con i clienti come me), questo a casa mia si chiama FURTO, LATROCINIO, GRASSAZIONE, e via di questo passo.
È forse questo il modo di ringraziare un cliente che è in Unipol-Sai (prima solo Sai, poi Fondiaria-Sai e adesso Unipol-Sai) da 16-17 anni, e che da tempo è in prima classe di merito?

Sempre a casa mia, per una cagata del genere si dovrebbe
(1) chiedere scusa,
(2) rivedere le deliranti tabelle che attribuiscono ad minchiam la diversa "pericolosità" delle zone di residenza dei clienti,
(3) restituire il maltolto.
E soprattutto, far gravare quella maggiore pericolosità sulle teste di cazzo che davvero fanno gli stronzi alla guida delle loro automobili. Non su chi, oltre a essere un buon cliente, è anche un automobilista con la "fedina penale" pulitissima.

Per concludere, vaffanculo.


PS
Non mi scuso affatto delle pseudo volgarità che ci sono in queste righe, perché la vera volgarità è rappresentata da quell'ingiustificabile e odiosissimo aumento di tariffa. Una roba da far girare i coglioni "a elica" per mesi, mesi e mesi anche a un santone tibetano.

martedì 28 giugno 2016

Grazie, Bambino... mi mancheranno i tuoi mugugni.


Sono mille le immagini.
Mille i momenti, i pugni, le risate.
Mille i mugugni.
Sì, se devo scegliere la cosa che trovavo più divertente nei personaggi di Bud Spencer, direi proprio "i mugugni".
Quei versacci spazientiti che faceva quando perdeva le staffe di fronte a un cretino.
Erano "tuoni" che indicavano che da lì a poco si sarebbe scatenata una tempesta di pugni e schiaffoni.

Sono mille i momenti che diventano ricordi.
Non solo d'infanzia.
Mille le ore passate a vedere e rivedere i suoi film. Tutti i suoi film, non solo i soliti sei o sette che ancora oggi continuano a passare in TV.

Tutti, compresi "Dio perdona... io no" [regia di Giuseppe Colizzi, 1967], "Al di là della legge [regia di Giorgio Stegani, 1968], "Un esercito di cinque uomini" [regia di Italo Zingarelli, 1969], "La collina degli stivali" [regia di Giuseppe Colizzi, 1969], "Una ragione per vivere e una per morire" [regia di Tonino Valerii, 1972]... solo per citarne alcuni quasi completamente scomparsi da almeno due decenni.
E ce ne metto almeno un altro che, per fortuna, fa parte di quei sei o sette che continuano a trasmettere ancora oggi: "I quattro dell'Ave Maria" [regia di Giuseppe Colizzi, 1968].

Ma ce ne sarebbero altri.
Come, ad esempio, "Cantando dietro i paraventi" [regia di Ermanno Olmi, 2003].

Bud-Carlo non era solo un caratterista che insieme a Terence Hill o a qualche altro compagno di set prendeva a sberle le caricature dei prepotenti.
Era anche un attore.
Era un uomo intelligente, colto e informato.
Era uno con la schiena dritta.
E lo era a prescindere dal valore intellettuale di molte pellicole che ha contribuito a rendere celebri.

Le sue idee politiche, che non condividevo, avevano il pregio di essere sue. E non cambiano di una virgola lo spessore dell'uomo che, nel suo caso, corrispondeva perfettamente allo spessore del suo corpo fisico.

In tanti, tra ieri sera e stamattina, hanno scritto sul web.
I saluti e i grazie (sacrosanti).
I R.I.P. (sempre più insopportabili perché sempre più "di circostanza", a mio modestissimo parere).
Le frasi copiate da Wikipedia o da altri siti, e incollate con poco o nessun sentimento nei profili facebook.

In tanti hanno ricordato i suoi illustri trascorsi sportivi.
E altre cose della sua lunga vita.
Tutta roba che comunque si trova su internet e in svariate pubblicazioni. Basta cercare.

Io ho preferito scrivere qui sul mio blog, perché ho idea che quello che scrivo qui abbia una durata più lunga. Credo che quello che scrivo qui valga di più.
Forse è un'illusione e, se lo è, scelgo comunque di illudermi.
Per questo ho preferito scrivere qualcosa che mi appartiene e che lo riguarda.

Ti ringrazio di tutto, Bud.
Ed è tanta roba, credimi.
Scusa se non potrò mai sdebitarmi con te.
Mi mancherai davvero.

lunedì 4 aprile 2016

Quella firma FERRI G. che fa parte della mia vita come l'aria che respiro

L'ho vista per la prima volta un sacco di tempo fa, quella firma FERRI G.

Era sempre in edicola, sulle copertine degli albi di Zagor, quando mi portavano (mia madre, per lo più) a comprare Topolino.
Era una firma semplice, lineare e leggibile.
Niente fronzoli o girigori.
Niente abbellimenti.
Tutta forza e sostanza.
Concreta.
Inequivocabile.

Ma Zagor era un fumetto "per grandi", e io dovevo accontentarmi di Topolino. In attesa che arrivasse il mio momento.

L'ho vista da quando ho memoria di un'edicola, quella firma FERRI G.
Da prima di avere tra le mani il mio primo Zagor.
Che poi era il n. 100 (Zenith 151), Il mio amico Guitar Jim. Un albo tutto a colori. Un modo fuorviante per innamorarmi di Zagor e cominciare una collezione di giornaletti fatti di pagine in bianco e nero. A parte i numeri cosiddetti "centenari" e quella stranissima eccezione di Indian circus.

Era l'estate del 1980 e io avevo appena compiuto 10 anni.
Mia madre mi aveva portato in un altro paese a fare gli esami medici per la colonia estiva.
C'era un bel po' da aspettare e lei mi diede qualche spicciolo per comprare un fumetto.
Andai solo (come un esploratore dell'ignoto) nell'edicola giù in strada, proprio sotto l'ambulatorio. E lo trovai nello scaffale dei fumetti "arretrati", cioè in quel tabernacolo sacro che un tempo non mancava mai nelle edicole degne di questo nome.
A quell'epoca l'albo mensile inedito costava 500 lire. Una cifra proibitiva per me, che avrei dovuto aspettare quasi altri due anni per cominciare ad acquistare ogni mese l'ultimo uscito.
Comunque quel numero 100 a colori lo pagai 400 lire, come segnalava l'adesivo tondo appiccicato sul "vero" prezzo in copertina. Avrei staccato quell'adesivo solo qualche anno dopo, liberando il prezzo originale di L.250.

Il mio amico Guitar Jim fu una lettura nuova per me.
Appassionante.
Entusiasmante.
Era la storia a fumetti più lunga che avessi mai letto fino a quel momento. E da allora non smisi più di leggere Zagor.

Ma, anche se quello era il mio primo albo, avevo già incontrato lo Spirito con la Scure qualche tempo prima.
In occasione di una festa (Pasqua o qualcos'altro), a casa dei nonni arrivarono due album di trasferelli. Uno per me e uno per mia sorella.
Nel mio c'erano delle belle illustrazioni di alcuni tipici luoghi zagoriani. Di sicuro, uno scorcio della foresta di Darkwood con alberi e liane. Un fiume e almeno una canoa.
Quei disegni così dinamici e decisi, grondanti di avventura e carichi di promesse meravigliose mi rapirono per sempre.
Poi c'era quell'uomo in jeans aderenti e casacca rossa senza maniche. E quell'aquila sul suo petto.
Impossibile resistere.
Quello era Zagor che mi chiamava all'avventura.
Quello era il disegno di Gallieno Ferri.
Quella era la porta che avrei varcato senza più tornare indietro.

Sono passati trentasei anni da queste cose.
Da tante primavere a questa parte il mio lavoro è fatto di scrittura.
In modo particolare di scrittura per i fumetti.

Ecco. Tutto questo per dire che, anche se ho cominciato a leggere e scarabocchiare fumetti almeno tre anni prima di quell'estate del 1980, io sono diventato uno sceneggiatore di fumetti in buona parte per merito di Zagor.
Un merito che è prima di tutto dei disegni di Gallieno Ferri.
Infatti fu grazie a quell'album di trasferelli che ebbi la possibilità di respirare per la prima volta l'aria di Darkwood, applicando su quelle pagine le figurine di Zagor, Cico & company.

Tutto il resto, comprese le meravigliose storie di Guido Nolitta / Sergio Bonelli, l'ho scoperto dopo.
Ed è stato all'altezza delle immense aspettative che mi ero fatto.
Proprio come la vita e l'opera di Gallieno Ferri.
Un uomo che non potrò mai smettere di ringraziare e di ammirare.

Mi mancherà quella firma FERRI G., dopo la pubblicazione della sua ultima copertina di Zagor. Mi mancherà quando anche la sua ultima tavola sarà data alle stampe.
Mi mancherà maledettamente.
Ma non me la dimenticherò mai.

Grazie, Gallieno.
Grazie, maestro.

venerdì 18 dicembre 2015

Mercoledì 23 dicembre 2015 presento il libro "delle principesse" a San Gavino Monreale

Ecco una presentazione che mi mancava!
Una presentazione nel paese in cui sono nato e cresciuto: San Gavino Monreale, in Sardegna.
L'evento è fissato per mercoledì 23 dicembre 2015 - ore 19,00 - al BAR GIARDINI.
A introdurre il discorso e a chiacchierare con me e con il pubblico, ci sarà ancora una volta il mio amico e collega sceneggiatore Andrea Pau, che ringrazio per l'infinita pazienza nel seguirmi in buona parte delle presentazioni fatte in Sardegna da oltre un anno a questa parte!


Il libro in questione è naturalmente La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse, di cui ho parlato più volte in questo blog.
E anche se il volume ha esaurito la sua tiratura, le presentazioni non si fermano!

Le ultime TRE copie in circolazione/distribuzione (in tutta Italia!) mi sono state gentilmente fornite dalla libreria Loriga Fumetti di Cagliari, e ora sono nelle mie mani.
Da una parte, sono un po' dispiaciuto perché mercoledì 23 potrò accontentare solo tre delle persone che vorranno acquistarlo.
D'altro canto, è pur vero che, se in un anno e mezzo dalla sua pubblicazione, il libro è andato esaurito, significa che io (ai testi), Alessio De Santa (ai disegni) ed Elena Grigoli (ai colori) abbiamo fatto un buon lavoro.
La principessa che amava i film horror è stato accolto molto bene dalla critica e dai lettori, che lo hanno acquistato fino a esaurimento scorte.

Nell'attesa che l'editore (Tunuè) lo ristampi [e, a quanto pare, la possibilità che venga ristampato si fa sempre più concreta!] non mi resta che darvi appuntamento al BAR GIARDINI di San Gavino Monreale per il 23 dicembre 2015 alle ore 19,00.

Un grazie davvero speciale a Luciana, Matteo e signora Amelia del BAR GIARDINI per la loro straordinaria ospitalità.


venerdì 27 novembre 2015

Domenica 29 novembre 2015 sarò ospite al GioComix di Cagliari

GioComix è una bella manifestazione di fumetti e giochi che si tiene da qualche anno a Cagliari.

Questa è la settima edizione, la seconda del 2015 (indice del crescente successo dell'iniziativa e della bravura degli organizzatori).

Questo è il "mio" primo GioComix.


Io ci sarò (forse) già da sabato 28 novembre, insieme agli amici, soci e colleghi dell'Associazione Chine Vaganti.

E ci sarò DI SICURO domenica 29 novembre per la presentazione del libro La principessa che amava i film horror - e altre storie di principesse, di cui ho curato soggetti e sceneggiature e di cui ho parlato più volte in questo blog.
L'appuntamento è per le ore 10.00 della mattina, nei locali del Lazzaretto di Cagliari.

Insieme a me, a chiacchierare con il pubblico, ci sarà il mio amico e collega Andrea Pau.

Il libro, pubblicato dalle edizioni Tunuè nel 2014, sta per andare esaurito. Questa è una delle ultime occasioni per acquistarlo!

GioComix sito web
GioComix facebook

Le otto principesse del libro sono pronte
per la settima edizione del GioComix